Frammenti di viaggio

Agosto 2005 – “Frammenti di viaggio” di Floriana Modica Missione di Muhanga, Nord Kivu.

La Missione è stata fondata da Padre Giovanni Piumatti, pinerolese, da Concetta Pedriligieri, modicana e da un gruppo di famiglie locali che circa quattro anni fa si sono spostati dal villaggio di Lukanga (dove hanno vissuto tanti anni) a causa di conflitti, frequenti tra le famiglie, sui campi da coltivare in relazione all’aumento della popolazione, e si sono fermati in un luogo ancora vergine…..Muhanga.

Muhanga si trova a 60 Km dalla “strada”, in foresta; ha molto spazio ed un terreno buono ed abbondante.
Giovanni, Concetta e tutti gli abitanti del villaggio, che oggi conta circa 200 famiglie più altre 500 sparpagliate nei dintorni, hanno attraversato momenti critici a causa dei conflitti che in questi anni hanno visto protagonisti lo Stato (che governa da Kinshasa, la capitale) e altri quattro gruppi ribelli in opposizione.
Fino a poco tempo fà Muhanga ha avuto intorno interahamwe, mayi mayi, banditi, militari disertori, che hanno saccheggiato il villaggio, rubato, picchiato e ferito molte persone.
La gente è stata costretta a scappare più volte, ad abbandonare le loro capanne ed a ritornare per ricominciare ogni volta da capo.

Attualmente la situazione politica sembra apparentemente più tranquilla: per gli abitanti del villaggio noi europei oggi siamo la testimonianza tangibile che la guerra è finita…..se possiamo andarli a trovare.
Ci ringraziano molto e si mostrano sinceramente contenti di poter essere di interesse per altri popoli.
Anche europei.
Anche se dietro tutti questi conflitti, apparentemente tribali, c’è un po’ di Europa e molto degli Stati Uniti.
Ma di questo loro forse non sono consapevoli.
E ci accolgono con la luce negli occhi ed un sorriso sincero.
Spesso abbiamo provato la sensazione di non saper cosa fare, di sentirci inutili: parallelamente questo è quello che prova l’africano che non và a scuola, che usa la zappa, il macete e che deve organizzarsi la giornata, la vita.
Qui c’è la fatica di organizzarsi ma al contempo si vive pienamente la vita che in sostanza è gestita autonomamente da ognuno.
In Occidente invece ci organizzano tutto.
In Africa si vive il rischio, l’Occidente ci toglie questa possibilità.

Abbiamo visto costruire la nuova scuola del villaggio, tutti partecipano portando i mattoni….
Bambini che portano carichi pesanti per la loro età, il loro peso e la loro statura.
Bambini con dietro la schiena un fratellino o una sorellina più piccoli e i mattoni sulla testa………scalzi.
Bambini che la mattina si fanno i chilometri a piedi nudi per andare a scuola, senza zaino e solo con un sacchetto con dentro un quaderno ed una penna.
I bambini….quello che ci hanno regalato lo porteremo sempre con noi.
Leona, Victuar, Leopold, Fidele, Tungane, Noel, Amani, Manuel, Cristel, e tantissimi altri ci hanno mostrato un essere bambini diverso da quello a cui siamo abituati.
Lì non si piange mai per capriccio ma solo se ci si fa male.

Lì vige un grande rispetto delle regole e dei confini relazionali, i bambini sono in grado di autoregolarsi da soli e riescono ad organizzarsi autonomamente per giocare, anche in gruppi ampi, senza la mediazione di un adulto.

Sono aperti all’interazione sia verbale che soprattutto non verbale con le persone, appaiono poco timorosi del contatto fisico, molto propensi a cercarlo e fortemente propositivi nella “relazione” umana.

In Africa i bambini diventano adulti prima.
Già da piccoli, con i loro fratellini sulle spalle, zappano la terra.
Ma si divertono anche.
Con poco.
Hanno la capacità di inventare giochi, costruire giocattoli……di non annoiarsi senza “aver nulla da fare”.
Ma soprattutto di non lamentarsi.
Di nulla.
Neanche di mangiare una volta al giorno.
Anche se questa stessa volta può saltare.
La pietanza base è il bugali, un misto di farina di manioca e acqua (simile alla nostra polenta) che si intinge in salsine di legumi.

I più fortunati possono mangiare anche patate dolci e fagioli…..quasi mai si assaggia della carne.
Un giorno è stato organizzato un pranzo per i bambini con queste pietanze e un pezzettino di maiale ciascuno.
La loro gioia.
Un piatto per gruppetto, dove tutti hanno mangiato insieme con le mani.
Alla fine ognuno di loro ha preso qualche pezzo di cibo e lo ha messo in tasca o lo ha tenuto nelle mani per portarlo ai genitori.
Accade sempre così ai pochi pranzi dei bambini.
Per loro è una grande festa.
Per alcuni l’unica possibilità di mangiare un po’ di carne.

La sera di quello stesso giorno,al momento dei canti con i bimbi, una bambina, Leona, mi ha preso la mano e mi ha chiuso dentro una poltiglia…..
cos’era?

Un pezzo di quel maiale masticato…. Leona l’ha tolto dalla sua bocca per donarmelo.
Per ringraziarmi di averle rammendato dei vestiti.
Un gesto simbolico, di forte impatto emotivo.
Lo ha rifatto altre due sere consecutive.
Il maiale era sempre di quel pezzettino del pranzo…. praticamente non si è mangiata quasi nulla.
Per donare di sé.

Si è completata in alcuni dettagli la nuova maternità che Concetta e la gente del villaggio ha costruito ed abbiamo avuto la fortuna di assistere al primo parto in questa nuova struttura chiamata Dispensario.
Come avviene il parto?
In modo assolutamente diverso da quello che conosciamo…
non tanto per l’aspetto puramente pratico, che ovviamente è universale, ma per il contorno.
La signora in questione è giunta a Muhanga da una zona vicina dopo 1 giorno e mezzo di cammino a piedi con le doglie, accompagnata dalla propria madre.
Arrivata ha subito partorito, con l’aiuto di Concetta, senza un gemito di dolore (le donne africane non urlano durante il parto) e poi si è sdraiata lateralmente, vestita come è arrivata, su una sorta di barella e si è attaccata il piccolo al seno.
Dopo è arrivata la madre con alcune parenti e la cena per la figlia.
Sono rimaste un po’ tutte insieme, solo donne, perché gli uomini, per convenzione, non partecipano a questi momenti.
L’indomani mattina la neo-mamma si è legata il piccolo dietro la schiena in quel modo affascinante e così materno che solo le madri africane utilizzano, ed è ripartita a piedi per la sua capanna.
Niente giorni di degenza, confetti, lamentele e quant’altro noi siamo abituati a vedere.
L’impatto con l’Africa è stato traumatico e affascinante nello stesso tempo.
Questo continente ha una capacità di adattamento, visibile nella gente comune, che società appagate come la nostra non sono più in grado di avere.

L’Africa è un nervo scoperto perché rappresenta qualcosa di incompiuto, una parte del mondo che non è stata completamente permeata dalla civiltà vincente.

L’Africa attuale è un continente che forse non sa dove andare, abbagliato dal mito dell’Occidente e al contempo deluso, rassegnato, roso dalla corruzione e dilaniato dai conflitti armati.

E’ stato l’Occidente, con il suo bisogno di espansione, forza lavoro, materie prime, che ha spinto le civiltà africane su binari che non erano i loro.

Un giorno o l’altro bisognerà liberarsi dalla finta correttezza politica che ci circonda, dal perbenismo intellettuale di circostanza e osare dire quello che veramente accade in un pezzo di mondo che conta il doppio della popolazione occidentale e che versa in condizioni di sussistenza.
Una parte di mondo dove si vive per sopravvivere.
No, gli uomini non sono tutti uguali, si le razze esistono e si dividono in inferiori e superiori.
Questo è quello che passa il mito Occidentale. Bisogna denunciare quello che succede davvero.

Lo scandalo in Africa è la quotidianità, sorridono pur non avendo scarpe, pur mangiando una volta al giorno; qui delle cose non ne fanno un idolo come in Occidente.

E noi?

Noi che apparteniamo alla parte ricca dovremmo arrabbiaci dentro per un bambino che sorride e muore di fame.