Chiudi la porta e vai in Africa…

Giugno 2005 – “Chiudi la porta e vai in Africa…”   di Paola Paiola, Cesare Bacchini, Laura Miotello, Otello Merli

Il periodo in cui l’occidente concentrava tutta la sua attenzione sul nuovo Papa, sulle oscure vicende del governo italiano, sulle sconfitte della Ferrari, quattro amici volontari di SMILE MISSION onlus si trovavano a Lukanga, in un villaggio del Congo.

La Repubblica Democratica del Congo è uno stato dell’Africa centrale con una superficie otto volte più grande di quella italiana ma con lo stesso numero di abitanti. Si trova al 186° posto nella scala di sviluppo, e, nonostante questo spende, in proporzione, 10 volte più dell’Italia in armi ed esattamente il contrario nella sanità; potenzialmente uno dei più ricchi paesi africani, in realtà è uno dei più poveri.

Gran parte della popolazione tenta di sopravvivere allo sfaldarsi della società civile provocato dalla guerra civile attraverso una agricoltura di sussistenza e piccoli commerci.

Ci siamo recati qui nell’ambito di un programma per lo sviluppo della sanità promosso da organismi locali in collaborazione con la nostra associazione, programma che si basa sull’assistenza odontoiatrica ma che punta soprattutto alla formazione di personale locale per creare una collaborazione più costruttiva e che possa poi svilupparsi autonomamente.

Quando varchi la frontiera tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo, devi dimenticarti della parola asfalto, ma devi ricordarti che sei in un Paese che esiste veramente, mentre il resto del mondo sembra essersene dimenticato.

Non era per noi la prima volta in Africa, ma l’impatto è stato travolgente, disarmante e impossibile da trasmettere a parole!

Forse raccontando una delle mille esperienze che abbiamo avuto ne possiamo dare una piccolissima idea: tutte le sere, dopo il lavoro, passeggiavamo per il villaggio ed io, tenevo per mano Eluan, un bambino tra i tantissimi del Congo, che vive una vita talmente dura che se quando morirà lo faranno santo, sicuramente non gli regaleranno niente.

 

Eluan si alza tutte le mattine dalle frasche su cui dorme, se è fortunato, oppure da terra, non va a scuola perchè non se lo può permettere ed inizia a girare per il villaggio con la sua maglietta rossa stracciata ed un pallone di stracci.

Non sa se fino a sera mangerà e che cosa mangerà, però è la sua vita e quella dei suoi fratelli ed amici e quindi si va avanti così, con la già grande fortuna di non aver ancora incontrato nessuno che gli ha piazzato in mano un fucile per mandarlo a combattere una guerra di cui non sa nemmeno il nome.

Ci siamo incontrati una sera su una collina di Lukanga e le nostre mani si sono attirate, e così tutte le sere, ore trascorse insieme senza parlare, ma dove uno sguardo e un gesto riempiono più di mille parole.

Ed io pensavo “ma che gli potrei  dire? che vivo in un Paese infinitamente più agiato del suo, che non ho mai vissuto una guerra, che mangio ogni giorno quello che voglio, che ho una casa tutta mia, una macchina, che in case come la sua qui da noi non ci mettono neppure le galline….”

L’Africa è un posto meraviglioso, gli africani sono un popolo meraviglioso ma per mille motivi se la passano veramente male.

Eppure Eluan mi ha donato tanto; il modo con cui mi ha salutato ha dimostrato tutta la forza e la saggezza che solo un bambino congolese può avere, con uno sguardo carico di promesse ed aspettative che ti lacera il cuore e così il “mal d’Africa” peggiora sempre di più…

Questa è la storia di Eluan, ma come lui c’è la storia di Kavira, di Mbere, di Beatrice, di Matsoro e di mille altri abitanti di Lukanga…

Penso che tutti quelli che potranno assaporare questa esperienza, non smetteranno mai di raccontarla, perchè nessuno può dimenticare quanto è bello un posto che ci aspetta; un qualcuno che è la per noi, un bambino, un vecchio, un malato che è capace di prenderci per mano e di farci immaginare, inventare un mondo nuovo e che quando dobbiamo ripartire, con la stessa naturalezza e leggerezza ci lascia e ci dice una sola parola; a presto.

Questo è meraviglioso, ed il distacco, anche se fa male, diventa quasi dolce, finalmente umano.

Eluan ha saputo farmi inventare una strada da me fino a lui, in mezzo ad una terra che spesso è in silenzio e non vuole parlare o non può parlare, una strada bella, una strada da qui a Lukanga.

Credo che l’Africa si comprende nel momento in cui, senza motivo apparente, ti commuove e ci si abbandona a un pianto tanto difficile da giustificare quanto liberatorio.

Il “mal d’Africa” non è la nostalgia dei luoghi, ma la nostalgia dei sentimenti che quei luoghi e quelle persone formano.

Le emozioni che ci si porta dentro sono tanto forti, quanto difficili da descrivere, e l’invito è lo stesso dell’ultimo lavoro musicale di Francesco De Gregori: Chiudi la porta, e vai in Africa…..Celestino…….

 

Frammenti di viaggio

Agosto 2005 – “Frammenti di viaggio” di Floriana Modica Missione di Muhanga, Nord Kivu.

La Missione è stata fondata da Padre Giovanni Piumatti, pinerolese, da Concetta Pedriligieri, modicana e da un gruppo di famiglie locali che circa quattro anni fa si sono spostati dal villaggio di Lukanga (dove hanno vissuto tanti anni) a causa di conflitti, frequenti tra le famiglie, sui campi da coltivare in relazione all’aumento della popolazione, e si sono fermati in un luogo ancora vergine…..Muhanga.

Muhanga si trova a 60 Km dalla “strada”, in foresta; ha molto spazio ed un terreno buono ed abbondante.
Giovanni, Concetta e tutti gli abitanti del villaggio, che oggi conta circa 200 famiglie più altre 500 sparpagliate nei dintorni, hanno attraversato momenti critici a causa dei conflitti che in questi anni hanno visto protagonisti lo Stato (che governa da Kinshasa, la capitale) e altri quattro gruppi ribelli in opposizione.
Fino a poco tempo fà Muhanga ha avuto intorno interahamwe, mayi mayi, banditi, militari disertori, che hanno saccheggiato il villaggio, rubato, picchiato e ferito molte persone.
La gente è stata costretta a scappare più volte, ad abbandonare le loro capanne ed a ritornare per ricominciare ogni volta da capo.

Attualmente la situazione politica sembra apparentemente più tranquilla: per gli abitanti del villaggio noi europei oggi siamo la testimonianza tangibile che la guerra è finita…..se possiamo andarli a trovare.
Ci ringraziano molto e si mostrano sinceramente contenti di poter essere di interesse per altri popoli.
Anche europei.
Anche se dietro tutti questi conflitti, apparentemente tribali, c’è un po’ di Europa e molto degli Stati Uniti.
Ma di questo loro forse non sono consapevoli.
E ci accolgono con la luce negli occhi ed un sorriso sincero.
Spesso abbiamo provato la sensazione di non saper cosa fare, di sentirci inutili: parallelamente questo è quello che prova l’africano che non và a scuola, che usa la zappa, il macete e che deve organizzarsi la giornata, la vita.
Qui c’è la fatica di organizzarsi ma al contempo si vive pienamente la vita che in sostanza è gestita autonomamente da ognuno.
In Occidente invece ci organizzano tutto.
In Africa si vive il rischio, l’Occidente ci toglie questa possibilità.

Abbiamo visto costruire la nuova scuola del villaggio, tutti partecipano portando i mattoni….
Bambini che portano carichi pesanti per la loro età, il loro peso e la loro statura.
Bambini con dietro la schiena un fratellino o una sorellina più piccoli e i mattoni sulla testa………scalzi.
Bambini che la mattina si fanno i chilometri a piedi nudi per andare a scuola, senza zaino e solo con un sacchetto con dentro un quaderno ed una penna.
I bambini….quello che ci hanno regalato lo porteremo sempre con noi.
Leona, Victuar, Leopold, Fidele, Tungane, Noel, Amani, Manuel, Cristel, e tantissimi altri ci hanno mostrato un essere bambini diverso da quello a cui siamo abituati.
Lì non si piange mai per capriccio ma solo se ci si fa male.

Lì vige un grande rispetto delle regole e dei confini relazionali, i bambini sono in grado di autoregolarsi da soli e riescono ad organizzarsi autonomamente per giocare, anche in gruppi ampi, senza la mediazione di un adulto.

Sono aperti all’interazione sia verbale che soprattutto non verbale con le persone, appaiono poco timorosi del contatto fisico, molto propensi a cercarlo e fortemente propositivi nella “relazione” umana.

In Africa i bambini diventano adulti prima.
Già da piccoli, con i loro fratellini sulle spalle, zappano la terra.
Ma si divertono anche.
Con poco.
Hanno la capacità di inventare giochi, costruire giocattoli……di non annoiarsi senza “aver nulla da fare”.
Ma soprattutto di non lamentarsi.
Di nulla.
Neanche di mangiare una volta al giorno.
Anche se questa stessa volta può saltare.
La pietanza base è il bugali, un misto di farina di manioca e acqua (simile alla nostra polenta) che si intinge in salsine di legumi.

I più fortunati possono mangiare anche patate dolci e fagioli…..quasi mai si assaggia della carne.
Un giorno è stato organizzato un pranzo per i bambini con queste pietanze e un pezzettino di maiale ciascuno.
La loro gioia.
Un piatto per gruppetto, dove tutti hanno mangiato insieme con le mani.
Alla fine ognuno di loro ha preso qualche pezzo di cibo e lo ha messo in tasca o lo ha tenuto nelle mani per portarlo ai genitori.
Accade sempre così ai pochi pranzi dei bambini.
Per loro è una grande festa.
Per alcuni l’unica possibilità di mangiare un po’ di carne.

La sera di quello stesso giorno,al momento dei canti con i bimbi, una bambina, Leona, mi ha preso la mano e mi ha chiuso dentro una poltiglia…..
cos’era?

Un pezzo di quel maiale masticato…. Leona l’ha tolto dalla sua bocca per donarmelo.
Per ringraziarmi di averle rammendato dei vestiti.
Un gesto simbolico, di forte impatto emotivo.
Lo ha rifatto altre due sere consecutive.
Il maiale era sempre di quel pezzettino del pranzo…. praticamente non si è mangiata quasi nulla.
Per donare di sé.

Si è completata in alcuni dettagli la nuova maternità che Concetta e la gente del villaggio ha costruito ed abbiamo avuto la fortuna di assistere al primo parto in questa nuova struttura chiamata Dispensario.
Come avviene il parto?
In modo assolutamente diverso da quello che conosciamo…
non tanto per l’aspetto puramente pratico, che ovviamente è universale, ma per il contorno.
La signora in questione è giunta a Muhanga da una zona vicina dopo 1 giorno e mezzo di cammino a piedi con le doglie, accompagnata dalla propria madre.
Arrivata ha subito partorito, con l’aiuto di Concetta, senza un gemito di dolore (le donne africane non urlano durante il parto) e poi si è sdraiata lateralmente, vestita come è arrivata, su una sorta di barella e si è attaccata il piccolo al seno.
Dopo è arrivata la madre con alcune parenti e la cena per la figlia.
Sono rimaste un po’ tutte insieme, solo donne, perché gli uomini, per convenzione, non partecipano a questi momenti.
L’indomani mattina la neo-mamma si è legata il piccolo dietro la schiena in quel modo affascinante e così materno che solo le madri africane utilizzano, ed è ripartita a piedi per la sua capanna.
Niente giorni di degenza, confetti, lamentele e quant’altro noi siamo abituati a vedere.
L’impatto con l’Africa è stato traumatico e affascinante nello stesso tempo.
Questo continente ha una capacità di adattamento, visibile nella gente comune, che società appagate come la nostra non sono più in grado di avere.

L’Africa è un nervo scoperto perché rappresenta qualcosa di incompiuto, una parte del mondo che non è stata completamente permeata dalla civiltà vincente.

L’Africa attuale è un continente che forse non sa dove andare, abbagliato dal mito dell’Occidente e al contempo deluso, rassegnato, roso dalla corruzione e dilaniato dai conflitti armati.

E’ stato l’Occidente, con il suo bisogno di espansione, forza lavoro, materie prime, che ha spinto le civiltà africane su binari che non erano i loro.

Un giorno o l’altro bisognerà liberarsi dalla finta correttezza politica che ci circonda, dal perbenismo intellettuale di circostanza e osare dire quello che veramente accade in un pezzo di mondo che conta il doppio della popolazione occidentale e che versa in condizioni di sussistenza.
Una parte di mondo dove si vive per sopravvivere.
No, gli uomini non sono tutti uguali, si le razze esistono e si dividono in inferiori e superiori.
Questo è quello che passa il mito Occidentale. Bisogna denunciare quello che succede davvero.

Lo scandalo in Africa è la quotidianità, sorridono pur non avendo scarpe, pur mangiando una volta al giorno; qui delle cose non ne fanno un idolo come in Occidente.

E noi?

Noi che apparteniamo alla parte ricca dovremmo arrabbiaci dentro per un bambino che sorride e muore di fame.

Viaggio in Africa

Gennaio 2006 – Il viaggio: di Cristiana Grassucci, Piero Lauri, Ursula e Karel Decaesstecker

Puoi leggere la relazione dei volontari cliccando qui

Non ho nulla da insegnare lì

Settembre 2006 – “… non ho nulla da insegnare lì …” di Marco Verrando  foto di Claudio Strada

Sono davvero entusiasta dei risultati della Scuola Dentale proposta e realizzata da SmileMission. Complimenti a tutti quanti mi hanno preceduto perchè il frutto è davvero giunto a maturazione in ottime condizioni.

Prova ne è che il mio compagno di missione Claudio Strada, quando a Lukanga ha visto usare la diga, ha candidamente ammesso di  non aver nulla da insegnare lì e se ne andato a Muhanga dove ha trovato di che poter dare.

In Africa io trovo ogni volta che vado, una grande armonia tra e con le persone, la natura e gli eventi.

E per me sempre un viaggio terapeutico perchè la vita ha un sapore diverso, più pieno e gustoso e soprattutto vero.

Ogni gesto, ogni atto, ogni fatto sono reali, essenziali e necessari e quanto mai gratificanti; se a questo aggiungiamo l’incontro con persone straordinarie che hanno deciso di dare il loro contributo a quell angolo di mondo, è sempre con un po di rammarico che si rientra nel primo mondo dove si corre e ci si affanna per sopravvivere senza avere mai soddisfatti i nostri falsi bisogni.

Nella piccola e ideale Repubblica del Che Guevara Piumatti il problema di uno è il problema di tutti, se ne discute nell’assemblea del villaggio, sorgono i comitati che si occuperanno delle soluzioni e si arriva in fondo con l’aiuto di un po di sana e utile tecnologia, vedi turbine per la corrente elettrica, la maternità in costruzione, ecc.

In buona salute sono i “professionisti” congolesi che sia in ambulatorio che in laboratorio fanno domande sottili e sempre più difficili perchè la loro voglia di sapere li spinge sempre oltre. Per dicembre aspettano i prossimi volontari con libri di odontoiatria in francese ed approfondimenti su placche di svincolo e chirurgia orale avanzata.

Gli ospedali del distretto hanno chiesto di inviare loro personale per un nuovo corso di formazione nel settore odontoiatrico.

I pazienti a tratti meno numerosi per via delle difficili condizioni economiche, hanno difficoltà per pagare anche solo i 13 $ richiesti per una protesi parziale, e questo ci deve far riflettere perchè si traduce in una riduzione del lavoro per lo staff, peraltro risolto dal loro spirito solidale e cooperativo per cui si lavora a turno e si dividono equamente gli introiti ridotti. Il Comitato di Gestione della Scuola dentale di Lukanga ha chiesto di acquistare un lotto di terreno confinante con l’edificio dell’ambulatorio, dove sorge una casetta  per poter dare alloggio a pazienti e studenti non residenti nel villaggio.

La popolazione vive finalmente la pace dopo anni di sofferenze e lutti, 10 anni di guerra hanno causato milioni di morti, pare due volte l’Olocausto, ma poco si parla di questa tragedia.

Un giorno è scoppiato un pneumatico e la gente è scappata terrorizzata pensando ad un colpo d’arma da fuoco!

Mi prolungherò su questa esperienza congolese, in altra occasione con immagini straordinarie di quei luoghi e con il messaggio di Giovanni che invita a recuperare i valore che l’Europa ha ormai perduto e che invece l’Africa ancora vive.

In questo sta lo scambio costruttivo perchè entrambi ci si possa vicendevolmente completare, perchè sotto certi aspetti la legge della giungla è nella Società Europea e alla domanda dove è veramente il terzo mondo è difficile rispondere.

In un orecchio vi dico che la tentazione di diventare africano è sempre più forte in me e se si verificassero le condizioni giuste….

Un abbraccio a tutto il popolo SmileMission.

 

Relazione di chiusura progetto

Novembre 2006 – Relazione di chiusura progetto – Relazione di apertura processo presentata alla riunione del Gruppo Africa, Cattolica, 26-11-2006  di Marco Rocco

Del progetto Congo vorrei parlare partendo da quello che c’è là oggi, da ciò che vedreste voi se andaste là oggi.

Partendo da lontano: dr. Mundama, medico, dirigente del Ministero della Salute del nord KIWU: ha creduto nel progetto dall’inizio; ha esaminato e consegnato i diplomi agli allievi infermieri dentali e odontotecnici nell’agosto 2005. Ora chiede che:

  • Si aiuti nella didattica per il secondo gruppo di allievi
  • I volontari relazionino direttamente a lui dopo ogni missione sul lavoro del laboratorio e dell’ambulatorio e sul livello di preparazione e di aggiornamento dei nuovi allievi e degli operatori già diplomati.

In Congo (un paese in grande trasformazione democratica) quest’anno è stato fatto un censimento degli operatori sanitari (è stato rilasciato un tesserino) per autorizzare all’esercizio della professione.

Anche gli infermieri dentali e gli odontotecnici diplomati nel nostro progetto sono stati censiti e autorizzati dal ministero a svolgere una mansione sanitaria pubblica in tutto lo stato del Congo.

L’assemblea generale: 30 persone circa, di ogni età che hanno lavorato alla costruzione e si preoccupano della manutenzione dell’ambulatorio e del laboratorio: è la base del governo del progetto, mentre il comitato è l’organo ristretto.

Il comitato della scuola: (Kasereka, Matzoro, Kaindo, Turi, Brigitta, Ephrem, Pecos, Gilbert, Maria.) cura la gestione della scuola (ambulatorio e laboratorio), la scelta dei nuovi allievi, listino prezzi, stipendi; ha potere decisionale sulla politica sanitaria della struttura, sulle spese e valuta il bilancio.

Gli utenti: arrivano dal villaggio e dai dintorni a piedi, in bicicletta, in moto e qualcuno in auto con fiducia nella professionalità degli operatori, e consapevoli che i prezzi sono abbordabili.

I ragazzi diplomati l’anno scorso: MwaminiBeatriceEsperanceTiziana, Beatrice (dettaKimbulu), NarciseMatsoroKavira (Makoma), KahindoFasilaBartolomeoNyavingi. Oggi sono veramente bravi: merito dei maestri che hanno avuto (in primis Laura Cometti e Sergio e poi tutti gli altri che si sono succeduti), ma anche del loro impegno a capire, ad attuare e a migliorare le tecniche apprese.

Lodevole l’armonia che c’è nell’equipe, e la consapevolezza di aver ben acquisito un’arte e di aver la disponibilità di trasmetterla ai nuovi allievi. Il nuovo parroco e il curato credono nella prevenzione e permettono agli infermieri dentali di organizzare assemblee con centinaia di persone cui insegnano l’igiene orale. Con molta attenzione la gente segue l’insegnamento e interviene con domande pertinenti! Il preside di una scuola elementare manda una scolaresca  per settimana all’ambulatorio, per ricevere istruzione sull’igiene orale.

E veniamo alla struttura: dotata di ambulatorio con due poltrone, laboratorio perfettamente arredato e dotato di tutto, magazzino materiali, locali tecnici.

Attività svolte:

  • Informazione all’igiene
  • Pulizia del tartaro
  • Piccole otturazioni
  • Avulsioni dentarie con anestesia
  • Laboratorio: protesi totali
  • Protesi parziali in resina

Muhanga (a 120 Km da Lukanga, 10-14 ore di viaggio ) ci sono già un laboratorio e un ambulatorio dentistico nei locali del dispensario. Ci sono le attrezzature che però devono essere ancora istallate. Anche qui nuovi allievi vengono già istruiti dai diplomati che a turno di 1 mese si trasferiscono qui da Lukanga per insegnare agli allievi. Perciò il primo progetto si può dire brillantemente concluso, ma già ne è partito un altro sullo stesso cliché.

Per continuare il nuovo progetto didattico (ma sarebbe più corretto non definirlo riduttivamente progetto, ma meglio “processo didattico e di crescita”) occorre:

  • Un tecnico che vada a Muhanga x istallare i riuniti e la nuova attrezzatura.
  • Mettere a punto i programmi di insegnamento scrivendo i testi in italiano e poi tradurli in francese e in swaili (lingua locale).
  • Trovare testi in francese con buona iconografia, un cranio con mandibola.
  • Organizzare un team di insegnanti italiani e locali per insegnare a infermieri e odontotecnici e periodi di didattica, distribuendo i programmi.
  • Contattare e coinvolgere gli insegnanti del primo corso per conoscere tempi e difficoltà dell’apprendimento.
  • Mettere a punto sistemi di valutazione e come comunicare l’andamento del corso al dr. Mundama.
  • Decidere sui protocolli operativi e sulla didattica e di come accordarsi con i volontari in missione.
  • Sostenere l’immagine e la capacità professionale degli (ex)allievi per limitare il fenomeno della diminuzione di lavoro in assenza dei volontari italiani.

Rileggendo questo programma mI viene da sorridere sull’efficientismo tipico di noi occidentali. In Congo, questo nostro modo di organizzarsi da noi molto apprezzato,  cozza con la mentalità locale e non la spunta….Dobbiamo prepararci ad adattarci alla mentalità diversa, disponendoci ad apprezzare ciò che è diverso. In una scuola valida gli allievi non si devono adattare ai ritmi degli insegnanti, ma i docenti si adattano ai ritmi dell’apprendimento

Al primo corso di Lukanga qualcuno degli allievi era quasi analfabeta. Con la pazienza dei compagni e dei maestri tutti sono arrivati al diploma inteso non come pezzo di carta, ma come capacità professionale e soprattutto umana: la corsa al successo non consiste nell’arrivare primi, ma nell’arrivare tutti insieme.

Questa è la grande lezione dell’Africa.

Dai padri canossiani

Agosto 2005 “Dai padri canossiani” di Maria Lora Cristallo e Camillo Amirante

Dopo anni di “mal d’Africa”, decidiamo per questa volta di approdare in un posto nuovo, il Brasile. All’arrivo, all’aeroporto di Rio, ci attende padre Sergio per condurci alla parrocchia di San Sebastiano in Piabetà, dove da anni opera come missionario canossiano.   L’ambulatorio che ci ospita è stato realizzato grazie all’impegno della nostra associazione partner: gli Amici di Piabetà onlus.

L’accoglienza sua e di tutta la comunità parrocchiale è di un calore e di una cortesia che la gente nostrana sembrano aver perso o dimenticato e che sorprendono perché provenienti da chi quotidianamente si trova a dover affrontare, per vivere, una realtà molto dura. Arrivati in parrocchia, prendiamo alloggio in un piccolo appartamento adiacente l’oratorio, alle spalle della chiesa, e dotato di bagno, angolo cottura e svariati posti letto; facciamo, inoltre, la conoscenza di padre Josè, di Grazia, Marta e Vera che aiutano in cucina, di Epimaco il falegname, ed andiamo, dopo esserci rifocillati, a visitare l’ambulatorio.

Padre Sergio da subito ci ha accordato ampia fiducia ed autonomia riguardo la gestione della struttura e dell’orario di lavoro, accompagnandoci, inoltre, ad acquistare il materiale di cui avevamo bisogno. Nelle due settimane di permanenza abbiamo cercato di assistere quanti più pazienti possibile, perlomeno una quindicina al giorno, cercando di effettuare, quando si poteva, anche più cure in una sola seduta.

A fine giornata ed alla fine della nostra esperienza non ci siamo sentiti stanchi e spossati ma gratificati e soprattutto arricchiti perché i sorrisi e le lacrime di gratitudine che ci hanno regalato queste care persone valgono più di tutto quello che possediamo o crediamo di possedere.

Tutto comincia con un piccolo aeroporto alle porte dell’Amazzonia

Agosto 2006 “Tutto comincia con un piccolo aeroporto alle porte dell’Amazzonia” di Riccardo Negri

Decollo da San Paolo, direzione Francoforte ma soprattutto Europa. Fine di un lungo viaggio, di una lunga esperienza di vita. Sostituisco il rumore sordo dei motori dell’aereo alle note di Refazenda, Gilberto Gil, nel tentativo di ripercorrere a ritroso il mese trascorso oltreoceano e raccogliere in un pugno di pensieri e parole i sentimenti che mi hanno accompagnato in questo cammino.

Perchè propria di questo si tratta: una somma di emozioni dettate dall’anima stessa del Brasile che si rivela attraverso i suoi bambini, la sua natura, le sue strade la sua gente. Ricordo l’attesa, che come sempre rende il meritato sapore alle esperienze, come un misto di timore e entusiasmo, poi la partenza, il viaggio, i disagi e le attese, accompagnate da un impressione di incertezza e paura. Del resto lunghe permanenze in paesi di cui non conosco nulla non fanno parte delle mie abitudini; mi chiedevo che cosa avrei mangiato, se avrei potuto curare la mia igiene con regolarità, se mi sarei adattato alla cultura e abitudini del luogo.

Tutte domande lecite per chi come me, occidentale (e cocco di mamma), è abituato a tutti i comfort, alla cucina della nonna, alla doccia tutti i giorni, a trasporti comodi e rapidi. Tutto comincia con un piccolo areoporto alle porte dell’Amazzonia, tre volti sorridenti ad accogliermi, il convento, gli altri ospiti, il primo delizioso succo di frutta e la prima notte dall’altra parte del mondo.

Insieme a me ci sono Daniela, odontoiatra, con il figlio Daniele e il marito Gigi, oltre a Bruna, Laura e Mariele, tre giovani animatrici. Il convento è accogliente, e all’inizio sembra un labirinto di cortili, aule d’asilo, corridoi, refettori e dormitori, la vita al suo interno è frenetica. L’equipaggio è formato dalla madre superiora suor Flavia e da suor Sida, instancabili, da suor Maria e da Nazarè sempre sorridenti e solari e infine suor Rina, grande cuore e inarrestabile motore. All’interno del convento tutte le mansioni sono equamente distribuite e vige una vera organizzazione democratica. Si cucina a turno, nessuno serve a tavola ma tutti si alzano per servirsi, c’è chi cuce e chi lava, chi gestisce i trasporti e chi segue l’aspetto sanitario.

La parte preponderante della missione è l’asilo che ospita 350 bambini e un oratorio che funziona da doposcuola e raccoglie i bambini del quartiere allontanandoli dal lavoro minorile e dalla delinquenza di strada. L’aspetto sanitario è seguito da Suor Rina che coltiva direttamente nel suo orto i rimedi fitoterapici destinati ai pazienti, inoltre sono presenti un ambulatorio odontoiatrico, uno pediatrico e uno di medicina generale. Daniela ed io con l’aiuto dell’inesauribile assistente, gestivamo l’aspetto odontoiatrico privilegiando soprattutto l’attività educativa e preventiva sui bambini; Bruna, Laura e Mariele insieme agli animatori locali preparavano attività ricreative nell’oratorio e nell’asilo. Nella missione tutto ruota intorno ai bambini.

Il Brasile stesso è i suoi bambini. Impossibile non avvertire fin da subito la loro grande presenza. Confesso di non aver mai ricevuto e dato così tanti abbracci.   Abbracci fatti di una semplicità dignitosa e al contempo  dolcissima… Ecco perchè in principio ho parlato di sentimenti. Perchè questa esperienza mi ha lasciato fotografie di emozioni più che di paesaggi, persone o chiese. La mia terra sembra così distante.

Non esiste per noi odontoiatri una ricompensa pecuniaria paragonabile ad un abbraccio disinteressato; non esiste un sorriso che non sia sentito e vissuto con l’intensità della più pura emozione.

Si dimenticano lo stress e le velleità che in occidente imbavagliano il cuore.

Ci si riavvicina all’essenza di ogni gesto dimenticando che dall’altra parte del mondo tutto è solo un mezzo al servizio delle nostre ambizioni.

Analizzando la mia esperienza, senza la pretesa di renderne universali i contenuti, mi accorgo che è stata soprattutto interiore e che probabilmente ho ricevuto dal Brasile e dalla sua gente più di quanto io abbia cercato di donare; e tutto ciò in maniera involontaria, spontanea e inaspettata.. Non credo che serva approfondire con sterili descrizioni le escursioni, le visite ai villaggi, la splendida flora e fauna locale, tutto ciò andrebbe vissuto e sentito.

Nonostante il mio rapporto con Dio e con la religione sia ormai terminato da molti anni, la vita nel convento a contatto diretto con persone che hanno fatto di Dio la ragione della vita è stato intenso e accrescitivo, mi ha permesso di riappropriarmi di una spiritualità che avevo dimenticato.

Ci sono state discussioni sincere, aperte sul modo di percepire la vita, sui valori, sui rapporti con gli altri e non è stato necessario fingere per potersi conformare…

E domani rinizierà il lavoro. Dovrò sorridere cento volte a cento persone che quantificheranno la qualità del mio lavoro con altrettanto denaro. Ma io so già che questi sorrisi non mi riempiranno il cuore, ma saranno solo una maschera. E così ora che son tornato ho dato il mio personale significato alla parola saudage. Certo una profonda malinconia per i luoghi, i paesaggi, le persone incontrate lungo il cammino, la musica ma soprattutto una profonda malinconia per il calore della gente, la sua semplicità che non necessita di apparenze e nello stesso tempo ti riavvicina alle manifestazioni più vere e sincere della vita.

Grazie Brasile.

I perché di un progetto

di Luca Gazzetti

Un sorriso, un movimento muscolare quasi naturale per esprimere, se non gioia, per lo meno serenità, cordialità, disponibilità verso il prossimo.
Così naturale che si dà quasi per scontato che, dietro di esso, vi sia quel supporto chiamato dentatura, che completa questa gradevole espressione dell’individuo verso il mondo.

Ma non sempre è così.
Accade in tante zone del pianeta, anche in terre che si immaginano gaudenti, felici, come il Brasile, paese che si vorrebbe tutto Samba, calcio e spensierato divertimento con bellezze esotiche.
Piabetà, ad appena sessanta chilometri dalla sfavillante e mastodontica Rio de Janeiro è
l’emblema del lato oscuro di una terra ove l’Equità sociale vale solo per un ceto di privilegiati.

Il Sistema sanitario brasiliano può essere sia pubblico che privato.
Il che non deve però trarre in inganno chi pensa ad un servizio simile a quello europeo.
Ciò che è definito Pubblico è un Sistema che non consente un’assistenza sanitaria degna di questo nome a tutti i cittadini.

Chi può permetterselo, preferisce rivolgersi ai privati.
Ma per molti è un lusso impraticabile: impossibile permettersi cure spesso inaccessibili per guadagni a volte scarsi, costretti quindi ad affidarsi ad un sistema che privilegia le prestazioni cosiddette essenziali.
E le cure odontoiatriche non sono considerate tali.
A torto, perché l’importanza di una perfetta dentatura, specie in Brasile ove l’estetica è fondamentale anche per gente che, seppur povera, riesce a mantenere quella dignità di base di chi non si lascia andare, non si abbandona al degrado fisico e morale, non è solo semplice fattore estetico.
A parte i problemi non indifferenti di masticazione, ingestione dei cibi, e di fonetica, una buona dentatura è il modo per presentarsi al mondo, gestire la propria immagine nelle relazioni sociali o professionali, per poter insomma trovare un lavoro.

E lavoro significa sostentamento, affermazione personale, contributo positivo alla società, progresso.
Cosa assai difficoltosa per ragazzi e ragazze ancora nel fiore degli anni già precocemente rovinati, nemmeno trentenni con bocche da ottantenni, incisivi e molari ormai perduti per carie mai curate, un’errata alimentazione e scarsa igiene orale.
Chi assumerebbe mai una persona sdentata o comunque con denti guasti, seppur di aspetto gradevole, che quando parla, emette suoni sgradevoli per la mancanza degli incisivi?

L’importanza del centro odontotecnico diviene così fondamentale, insieme all’attività di SMILE MISSION.
Valerio Corradini è uno dei massimi promotori di questa grande iniziativa di solidarietà in Brasile, a Piabetà.
In qualità di Odontotecnico, più volte ha attraversato mezzo mondo, arrivando a undicimila chilometri dalla sua Scandiano, fino all’emisfero australe non per godersi le bellezze di Copacabana, ma per lavorare.
E duramente.
E, come tanti altri volontari, senza alcuna retribuzione ma, anzi, sostenendo di tasca propria le spese non indifferenti del viaggio.
Ma la solidarietà veramente sentita non ha tempi né guarda ai dettagli.
Viene fatta.
Perché l’unica priorità diviene le cercare di ridare il sorriso a persone che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro e nella società che, altrimenti, non avrebbe mai potuto permettersi di migliorare vedendosi negata ogni possibilità.
Superando non poche difficoltà gestionali in un mondo altrimenti in balia di sé stesso, ove l’arte di arrangiarsi è di ordinaria routine.

Ma lui non si è dato per vinto.
Con una semplice valigia stipata dagli strumenti essenziali del mestiere e molto ingegno, è riuscito a dare nuova linfa vitale a una situazione altrimenti degenerata.
In quelle che dovevano essere vacanze (perché sono ferie quelle che si prendono in Italia i volontari di SMILE MISSION, non permessi retribuiti), ha lavorato senza sosta, permettendosi una sola pausa per il pranzo, arrivando a sera esausto, ma soddisfatto, convinto dell’assoluta giustezza della sua opera perché sa che permette la ripresa della vita.
Ma, come sempre, è la questione economica a dettare legge, al di là delle nobili intenzioni.
Il ricambio da attrezzature datate e spesso mediocri ad altre efficienti, gli arredi e i materiali di consumo per istituire un laboratorio odontotecnico degno di tale nome costano.

E parecchio. Soprattutto di fronte all’ingente necessità di interventi.
Che, è bene ricordare, non si limitano alle semplici protesi: SMILE MISSION cura, oltre ai restauri protesici, un’attenta opera di educazione alimentare e igiene orale, pedodonzia e prevenzione, formando volontari locali per il proseguimento dell’attività, forte del vecchio detto di Confucio “Dammi un pesce e mi sfamerai per un giorno.

Insegnami a pescare e mi sfamerai tutta la vita”.

Occorre denaro.
Che purtroppo non cade dal cielo.
SMILE MISSION vive grazie alla generosità di volonterosi sostenitori, persone di buona volontà che vogliono condividere la loro fortuna con chi non ne ha avuta offrendole una possibilità, una chance per il futuro.

Perché mai sostenere uno sforzo simile?
Appoggiando persone disinteressate la cui unica missione (SMILE MISSION) è riportare il sorriso e, insieme, un briciolo di felicità a chi è preclusa ogni possibilità solo perché nato nel posto sbagliato.
Nello specifico di questa associazione, significa soprattutto sapere di non buttare risorse a fondo perduto, perché ciò che viene dato non si perde nei mille rivoli oscuri cui spesso si maschera la generica parola “solidarietà”.
SMILE MISSION è un investimento concreto per futuri cittadini produttivi in una grande e promettente società, destinata a farsi valere non solo nella regione.

Da Piabetà

Agosto 2010 – di Emanuela Gressani:

Sono arrivata all’aeroporto di Rio de Janeiro di sera ed ho trovato al mio arrivo il sorriso accogliente di suor Ernestina, italiana, che mi ha fatto sentire subito bene. Suor Ernestina è una  donna eccezionale,dolce e affettuosa che ha dedicato la sua vita alla cura dei più deboli,vivendo la sua missione in prima linea,per esempio nei 9 anni passati  nell’inferno di Timor est.

Siamo arrivate alla casa delle madri canossiane poco dopo, una bella casa nel centro cittadino di Piabetà, dove mi hanno accolto le altre tre suore che vivono insieme a lei,brasiliane di varia provenienza. La mia sistemazione era confortevole ,mi hanno messo a disposizione una cameretta con bagno ed avevo la possibilità di usare una comoda e spaziosa cucina messa a totale disposizione dei volontari.

Nel periodo di agosto, le madri organizzano un programma di intrattenimento e gioco(tipo oratorio) per tutti i bambini che vogliono partecipare e che vengono accolti sia all’interno della casa (al piano inferiore c’è la mensa,sala giochi, sala computer) che in un’altra area coperta e con un bel giardino sita dall’altra parte della strada.

Proprio per sostenere questo progetto che si chiama “agosto feliz” ,erano arrivate un bel gruppo di volontarie dall’Italia ,tutte giovani studentesse ,due mamme ed una madre canossiana che si occupavano delle attività con i bambini divisi in 2 turni,uno al mattino ed uno al pomeriggio. A dirigere le loro attività c’erano due volontarie italiane ,Michela e Romina,operanti a Piabetà da molto tempo, molto brave,instancabili.

Oltre a me,per il settore odontoiatrico , c’era un odontotecnico italiano Eros Magi anche lui ospitato all’interno della casa. Per quanto riguarda il settore di mia competenza ho potuto lavorare in modo soddisfacente,anche perché sia il riunito che le attrezzature ed i materiali nell’insieme erano di buon livello,considerando la realtà del luogo.

L’unità operativa è abbastanza nuova,c’è il radiografico ,l’autoclave,le buste per sigillare,strumentario per la conservativa, l’endodonzia  e la chirurgia di base. I trattamenti più frequentemente effettuati sono stati :

  • otturazioni in materiale composito
  • otturazioni in amalgama
  • trattamenti canalari
  • ricostruzioni post endodontiche con perni tipo dentatus
  • estrazioni
  • ricostruzioni con corone in resina
  • ablazione tartaro

I miei pazienti erano di tutte le età, ma per la maggioranza  giovani e naturalmente molti bambini anche tra  quelli che venivano per  l “agosto feliz”. In particolare c’è da dire che la situazione orale dei giovani e giovanissimi pazienti è molto scadente un po’ per mancanza di attenzione da parte delle famiglie, un po’ a causa dell’alimentazione particolarmente ricca di zucchero (i dolci costano poco),per cui spesso già  nei giovani si può vedere assenza dei primi molari permanenti perché estratti in seguito a carie (in Brasile costa meno estrarre,quindi le madri stesse  chiedono di togliere ai figli il dente che fa male).

Nei pazienti adulti,grazie all’ottima collaborazione con il tecnico  Eros Magi(bravissimo!) ,siamo riusciti ad effettuare anche trattamenti protesici con placche rimovibili e protesi totali,dopo trattamenti conservativi o di bonifica.

L’orario di ambulatorio è dalle 8.30 alle 12  e dalle 14 alle 18 ed i pazienti prendono appuntamento dalla madre Eugenia che è la responsabile degli ambulatori,si occupa dei materiali (tutto quello che serve si può comprare a Rio) della manutenzione delle apparecchiature (se serve  si può chiamare un tecnico per il riunito),conosce tutte le persone che arrivano ,fa da traduttrice se serve…..insomma insostituibile e molto decisa quando ci vuole, ma anche tanto tanto dolce.

Sia per il tempo da impiegare che per il tipo di trattamento da effettuare  mi sono trovata a decidere sempre in autonomia,certo cercando di adeguarmi alle abitudini della casa e dell’ambulatorio, ma comunque sempre i base a quello che pensavo fosse meglio o mi sentivo di fare.

Il resto della giornata viene scandito dal pranzo (se ci sono altri volontari si può mangiare insieme,altrimenti con le madri oppure si può uscire) e dalla cena  (stessa cosa ).Volendo si può fare un giro per il paese,dove ci sono negozi,supermercati,banche e tutto quello che può servire,oppure avendo più tempo(il sabato e la domenica non si lavora) si può facilmente arrivare Rio,che è semplicemente una delle più belle città del mondo!!

Per quanto riguarda  Piabetà e tutta la zona circostante (chiamata baixata fluminense)  è un’area piuttosto povera, molto popolata e con molti problemi ,anche  a causa del traffico di droga che dalle favelas di Rio è arrivato fino a qui. Noi volontari non abbiamo avuto mai problemi di nessun tipo,anche perché tutti sanno cosa andiamo a fare e ci rispettano per l’impegno che mostriamo.

Personalmente non mi sono mai sentita in pericolo o in difficoltà,conoscevo già il Brasile (quello turistico però),la lingua e le abitudini e quindi non ho avuto mai nessun problema,ma penso che anche chi non ha mai lavorato in un ambiente come questo ,in un posto così lontano dall’Italia e abbia  voglia di impegnare un po’ del suo tempo lavorando in questa missione possa farlo tranquillamente e con grande soddisfazione.

Le madri canossiane mi hanno fatto sentire come a casa,sono donne speciali… …attraverso il loro esempio si può vedere concretamente un diverso modo di vivere… Lavorando si può essere utili veramente tanto, la gente di Piabetà mi ha mostrato tutta la sua riconoscenza e l’affetto e quando sono andata via  la commozione era nei loro occhi e nei miei.

Vorrei dire a tutti i colleghi che tutti noi possiamo fare un ‘esperienza come questa,in fondo si tratta di rinunciare a poco,ed in cambio si riceve tanto. Ognuno può farlo con la sua capacità lavorativa,avendo viaggiato poco o tanto.

La mia esperienza è stata molto interessante,rimane solo un po’ di amarezza perché si vorrebbe fare di più,curare più persone,avere più tempo,proprio perché si capisce che in questi posti c’è molto da fare. E farlo magari con un sorriso. Perché molti pazienti si sedevano terrorizzati, ma una parola gentile ed un sorriso li ha fatti sentire ,forse, un po’ meglio.

 

Da Sao Joao la storia di una missione

Agosto 2011 “Da Sao Joao la storia di una missione” di Giorgio e Vittorio Magnano

Puoi leggere la relazione e guardare le foto cliccando su: sao joao-2011